Titta Ruffo

Il primo della mia famiglia ad essere battezzato "Ruffo" fu un cane da caccia;
il secondo un cantante e son io;
il terzo un Dottore in Scienze Economiche e Commerciali, ed è mio figlio,
il quarto è... nella mente di Dio. [...]
Il nome del cane mi portò fortuna.

Ruffo Cafiero Titta (nome d'arte Titta Ruffo ) nacque al numero 19 di via Carraia (oggi via Volturno 31) a Pisa, il 9 giugno 1877, da Oreste Titta e da Amabile Sequenza.

La famiglia e i primi anni a Pisa
La famiglia, proveniente da Gombitelli, frazione di Camaiore nelle Alpi Apuane, era di fede socialista: da qui il secondo nome imposto al figlio.
Il primo nome, come ricorda lo stesso Titta Ruffo nelle sue memorie, era quello del cane del padre, ucciso accidentalmente in una battuta di caccia.
La madre Amabile Sequenza (1851-1904), forse di origine spagnola, era governante.
Il padre Oreste (1851-1904), fabbro, era capofficina nella fonderia Bederlunger di Piazza Sant'Antonio a Pisa.
Secondo di sei figli, Ruffo ebbe oltre al fratello maggiore Ettore (1875-1956), quattro sorelle: Fosca (1879-1957), Nella (1884-1954), Settima (1886-1972) e Velia (1890-1938).
Il fratello Ettore, diplomatosi in clarinetto, composizione e direzione d'orchestra all'Accademia di Santa Cecilia, autore di un'opera, Malena (composta nel 1905, mai rappresentata), ebbe in sorte una bella carriera di maestro di canto negli Stati Uniti; la sorella Fosca fu un promettente soprano e Velia una poetessa.
Nel 1912, durante una vacanza all'Abetone, Velia conobbe Giacomo Matteotti, uomo politico, deputato e segretario del Partito socialista unitario; nel 1916 lo sposò con rito civile, prima che fosse mandato al confino in Polesine, come antinterventista.

Roma
Nel 1883-1884 la famiglia si trasferì a Roma, dove Oreste divenne presto titolare di un'officina.
Ruffo entrò come fabbro nell'officina del padre, ma per i continui scontri, dovuti all'indomito carattere di entrambi, si allontanò temporaneamente da casa, lavorando nei dintorni di Roma.
Solo Ettore fece le elementari, e poté poi essere mantenuto agli studi, che dall'età di quindici anni proseguì al Conservatorio di Santa Cecilia.
Tornato a casa, Ruffo vi riprese una vita più ordinata e tranquilla, in una famiglia dove la musica era diventata di casa grazie agli studi del fratello, che egli accompagnò al teatro Costanzi, nell'autunno del 1890, ad ascoltare una recita della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, con Roberto Stagno e Gemma Bellincioni.
La presenza in casa, come pensionante, del baritono pisano Oreste Benedetti, portò Ruffo a scoprire le potenzialità della propria voce e a coltivarla.
Fu ammesso all'Accademia di Santa Cecilia, assegnato per la recitazione alla classe di Virginia Marini, celebre attrice, e per il canto a quella di Venceslao Persichini, maestro tra gli altri di Mattia Battistini e Giuseppe De Luca.

Milano e primi successi
A causa delle frequenti incomprensioni con il M° Persichini, Ruffo dopo sette mesi abbandonò il Conservatorio.
Nel 1897 partì per Milano, per incontrare il baritono pisano Lelio Casini, da cui prese qualche lezione, anche se emerse con chiarezza la sua tendenza all'autodidattismo.
L'ambiente milanese lo mise in contatto con il mondo degli impresari, e questo fatto gli offrì l'occasione del debutto al Teatro Costanzi di Roma il 9 aprile 1898, come Araldo nel Lohengrin di Richard Wagner, poi come Enrico nella Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti.
All'inizio di una brillante carriera, dapprima nei teatri del Sud, poi di tutta la penisola, debuttò in parti che divennero in seguito altrettanti cavalli di battaglia: Rigoletto e Conte di Luna nel Trovatore di Giuseppe Verdi (Livorno, Arena Alfieri; in agosto ripeté Il trovatore al Politeama Pisano, segnando così il suo debutto nella città natale), Don Carlo nella Forza del destino di Giuseppe Verdi (Catanzaro, Comunale); nel 1899 Marcello nella Bohème di Giacomo Puccini (Catanzaro, Comunale), Renato in Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi (Acireale, Teatro Bellini), Barnaba nella Gioconda di Amilcare Ponchielli (Catania, Teatro Nazionale), Alfonso XI nella Favorita di Gaetano Donizetti (Catania, Teatro Nazionale), Valentino nel Faust di Charles Gounod (Salerno, Teatro Municipale), Escamillo nella Carmen di Georges Bizet (Padova, Teatro Garibaldi), Alfio in Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Tonio nei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (Bologna, Teatro Duse); nel 1900 Giorgio Germont nella Traviata (Genova, Teatro Carlo Felice) e Don Carlo nell'Ernani (Ferrara, Teatro Tosi-Borghi), entrambe di Giuseppe Verdi.

Nell'emisfero australe
In quell'anno intraprese la prima tournée nell'emisfero australe, in Cile, a Santiago, Valparaiso, Talca, Concepción: debuttò come Nelusko nell'Africana di Giacomo Meyerbeer, Gérard nell'Andrea Chénier di Umberto Giordano e Jago nell'Otello di Giuseppe Verdi.

In Europa
Nei primi mesi del 1905 Titta Ruffo portò a Odessa e Pietroburgo un vastissimo repertorio, che spaziava fra Rossini, Verdi, Puccini, Leoncavallo, Rubinstein e Gounod. Il 4 maggio esordì al Sarah Bernardt di Parigi in Siberia di Umberto Giordano nel ruolo di Gléby, e il 13 in Fedora, dove ebbe accanto Enrico Caruso, con cui avrebbe lavorato nuovamente all'Opéra nel 1912, in Rigoletto e ne La fanciulla del West.
Fra le sue più grandi interpretazioni fu sempre quella di Amleto nell'omonima opera di Ambroise Thomas, in cui si esibì la prima volta al São Carlos di Lisbona nel 1907.
Con la stessa parte debuttò nel 1912 al Metropolitan Opera House di New York, dopo l'esordio statunitense dello stesso anno al Metropolitan di Filadelfia, con Rigoletto.

Gli anni del fascismo e l'arresto
In seguito all'omicidio Matteotti, ordinato da Mussolini, Titta Ruffo, che al funerale del deputato socialista, suo cognato, portò il feretro sulle spalle, venne boicottato dal regime, tacciato di essere un sovversivo; da qui la decisione di non cantare più in Italia.
Rientrato in patria per motivi personali, nel 1937 venne arrestato.
Fu scarcerato dopo pochi giorni per le vibrate proteste dell'opinione pubblica internazionale, ma costretto a non lasciare il Paese e a dividere la sua vita tra Bordighera e Firenze.
Alla notizia dell'arresto di Mussolini il 25 luglio 1943, Titta Ruffo spalancò le finestre della sua abitazione e intonò la Marsigliese, mentre una folla esultante, riconosciutolo, si radunò sotto casa sua.

Morì a Firenze il 5 luglio 1953. È sepolto al Cimitero Monumentale di Milano.

Dotato di una voce potentissima, dall'inconsueta estensione e dalla formidabile risonanza, Titta Ruffo fu anche un insuperabile attore.
Queste due qualità lo portarono a proporre un nuovo tipo di baritono, in contrasto con la tradizione ottocentesca, capace di inserirsi nella rivoluzione verista annunciata da Cavalleria rusticana nel 1890 e da Pagliacci nel 1892. In particolare fu adatto, con quella sua voce dalle inflessioni leonine (Giacomo Lauri-Volpi), a impersonare ruoli marcatamente tragici o truci (Amleto, Jago, il Conte di Luna...), o beffardi come quello di Figaro, nelle cui vesti ebbe spesso accanto un Don Basilio interpretato da Fëdor Ivanovič Šaljapin. Con quest'ultimo, e con Enrico Caruso, Titta Ruffo divenne così uno degli interpreti più rappresentativi della propria epoca.

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